Un racconto: Passaggi

“Devo proprio scegliere? Non ne posso fare a meno?”

“Si, devi proprio. Perché questa faccia preoccupata? E’ il tuo giorno, non più bambina, diverrai una vera donna! Suvvia!”

“Ma io non sono una bambina!”

“Quando avrai scelto potrai dirlo”, ora la voce era decisamente più secca.

“Ripetimi ancora la storia, forse potrei cominciare a crederci”. La ragazza si sedette, le gambe incrociate, il viso in una mimica di seria attenzione, il cuore incrociato a negare tutto.

“E’ semplice. A diciott’anni le bambine scelgono un gruppo in cui vivere, con una cultura, una storia che le consenta di poter essere utili alla nostra città. Anche loro sono più contente, dopo”, il puzzo del sigaro siglava correttamente con piccole folate bluastre ogni virgola del discorso.

“Non è difficile, scegli, stasera c’è una festa grande, potrai anche trovarti un uomo, divertirti come meglio credi”, un’altra nuvoletta, “nello stile del tuo gruppo”.

La ragazza pensava a K, le parole le arrivavano a sprazzi, a sobbalzi. Gli si era rotta la macchina, aveva chiesto aiuto alla gente del paese, a sua madre. Quella sera avevano parlato a lungo, i sogni, i desideri, la realtà così spezzata dopo la guerra, quelle bombe fredde che facevano pensare al sale di Sodoma, i sorrisi spenti dal ghiaccio e i pensieri sempre più gelati vivendo in quel paese. La mattina K riuscì a trovare il tempo e il coraggio per baciarla, poi scomparve. Posto riservato, “no stranger, please”.

“Insomma, hai smesso di stare con la testa tra le nuvole? Non posso stare qui tutto il giorno!”

“Tra cosa devo scegliere?”

“Finalmente una domanda saggia! Potrai essere una yeh yeh, una grunge, una mombasa mamba, una new romantic

Mombasa mamba? E cos’è, una marca di caffè?”

L’uomo spense il sigaro, con cura. Era scomparsa l’espressione irritata. Solo gelo, adesso.

“Puoi anche non scegliere. Come il tuo amico, K”

Una fitta, una decisione segreta.

“Va bene, vada per i grunge

L’uomo uscì dalla stanza, soddisfatto. Erano cominciati i preparativi. Quella sera, al paese, festa grande.

 

Vennero delle donne, la vestirono accuratamente con stracci, giacche fatte coi pezzi delle divise dei soldati, macchie di sangue a punteggiare gli anni passati, uno stemma con le foglie di marijuana, del tutto simbolica. Intanto le cantavano canzoni grunge e le raccontavano leggende metropolitane, gesta eroiche, la loro felicità nel poter spengere i pensieri nel gioco della festa.

La ragazza oscillò, iniziò a cadere, scivolar via. Ci credevano, in quelle merdate! Davvero! E lei sarebbe diventata così, tra qualche anno avrebbe raccontato lei scemenze ad un’altra ragazza. Una bambina, sorry.

La sollevarono, sicure che la mancanza fosse per la gioia del momento, un ingorgo di felicità.

 

La sera arrivò lenta, i rumori delle lamiere cotte dal sole modulavano una ballata atonale, ora triste, ora inebriante. Appena uscita dalla porta fu accolta da tutti con allegria, l’uomo che era venuta a prenderla aveva acceso un sigaro, di nuovo fiero della sua figura di capo. Alla finestra, delle carte dei tarocchi, l’impiccato, la torre incendiata, la luna, coprivano i buchi del vento, non quelli della sua incertezza.

 

La festa era già iniziata. Tutto l’anno il paese aspettava questo momento, l’unico in cui si potesse spendere senza freni quel poco che rimaneva di una vita stentata, dalla lotta contro il freddo, dalle piante secche senza motivo, gli animali mutati. Un ragazzo la corteggiò sfrenatamente, nessuno si avvicinava. Le canzoni grunge coprivano tutti i discorsi, i ragazzi guardavano il loro capo prendere possesso della nuova. Una chitarra elettrica si spense malinconica, una corda rotta.

Uscirono fuori, anche lei, ora poteva. I pensieri avvitati nell’assolo di basso, svegliati da una batteria sbilenca. Si ricordò della decisione.

 

Il ragazzo aveva iniziato a baciarla, lo fece fare. Poi fece salire un colpo, il ginocchio, un passo di danza. Lui colpì con la testa la lamiera, il rumore superò facilmente la batteria sempre più cadaverica. Dentro pensarono che il capetto se la stesse  proprio spassando. Nessuno uscì.

 

Faceva caldo. Buttò via tutti gli stracci, rimase a seno nudo, salvò la giacca, suo libro di storia. Raggiunse la moto di K, nel deposito. Dieci minuti dopo il paese era scomparso, una lunga striscia, volpi che le balzavano davanti, a salutarla.

La luna le faceva l’occhiolino da dietro una nuvola, poi il vento gliela tolse davanti, e la fissò solenne. Sua sorella.

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