Mindfulness e buddhismo

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Mindfulness e buddhismo

Vi è un continuo dibattito da parte del mondo tradizionale buddhista sui limiti e le opportunità della mindfulness.

Su questo sono stati scritti due interessanti articoli  il primo di Lynette Monteiro, persona molto influente nel cosiddetto “movimento” della mindfulness, della Ottawa Mindfulness Clinic, il secondo è la risposta di Ajahn Amaro, abate del monastero buddhista Theravada di Amaravati.

I temi sono molti, il più importante è il ruolo della morale (sila, nel termine buddhista) o, verrebbe da dire, l’assenza di un ruolo nei protocolli mindfulness più usati; vi sono però temi ancora più significativi, come la più precisa denominazione di mindfulness, che Ajahn Amaro divide in tre grandi significati:

  • mindfulness, sati nel termine buddhista pali, ovvero la semplice capacità  di prestare attenzione ad un oggetto;
  • mindfulness e chiara comprensione, sati-sampajañña, che si può definire come la piena consapevolezza, o la consapevolezza intuitiva; qui si aggiungono automaticamente anche gli elementi di morale (sila), di gentilezza amorevole (metta) e compassione (karuna);
  • mindfulness e saggezza, sati-paññā, è il livello più alto di consapevolezza, dove tutte le esperienze, interne ed esterne, sono viste come pattern di cambiamenti organici che sorgono e passano nella coscienza, in modo del tutto impermanente (anicca); il praticante si addestra a riceve il flusso dell’esperienza (vista, suono, odore, gusto, tatto, pensiero, volizioni ed emozioni) in un modo non giudicante e senza pregiudizio, permettendo così di vedere la natura diretta delle cose senza “mi piace” e “non mi piace”, “mio” o “tuo”; è il livello più alto di mindfulness, raggiungibile tramite la pratica delle meditazioni vipassana.

 

Per quanto riguarda la morale, Ajahn Amaro indica una strada interessante quando sostiene che l’attenzione agli aspetti morali è legata alla compassione, e che si può “sentire” quando ci si scosta dalla morale, tramite una “sensibilità morale” (hiri-ottappa) che è considerata un segno di salute mentale. Così la mindfulness acquisisce una nuova dimensione, quella dell’auto-verifica se il nostro comportamento è in linea con la nostra morale (o, nel caso del buddhismo, in linea con i cinque precetti di non uccidere, non rubare, non mentire, non avere una cattiva condotta sessuale, non assumere sostanze intossicanti). 

L’attenzione della morale diventa quindi attenzione verso la compassione verso sé e verso gli altri. Per questo, secondo sia Ajahn Amaro che la Monteiro, va rimarcata la natura pragmatica e non dogmatica del buddhismo, che può essere praticato da chiunque senza alcun atto di fede o necessità di abbandonare la propria religione.

 

 

Non vi è dubbio che il buddhismo sia infinitamente più ricco della mindfulness; per alcuni versi, questo non è stupefacente, in quanto i protocolli di mindfulness non sono nati per sostituirsi alle pratiche tradizionali (anche se questo processo di dimenticanza delle origini e di sostituzione si comincia fortemente ad avvertire), ma come strumento per risolvere alcuni problemi e, nel migliore dei casi, essere la porta verso il Dhamma buddhista.

E’ importante però sapere quali sono i limiti della mindfulness, per iniziare ad accrescerla con elementi buddhisti che siano condivisibili anche da chi buddhista non è, in modo che sia maggiormente efficace e non rivolta solo a ridurre lo stress, ma anche ad indicare un percorso di vita che la renda più completamente salutare, fornendo una chiara comprensione dell’impermanenza delle cose (anicca), dell’effettiva mancanza di un sé (anatta), per poter rispondere al costante richiamo dell’insoddisfazione (dukkha) che tutti sentiamo.

 

Per chi fosse interessato, qui ci sono i riferimenti agli articoli originali:

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