(d’inverno (in un paese (piccolo)))

avignone
Il freddo intenso d’Avignone
battuta dall’acqua, che vince sempre,
non entra in questa stanza
dove anche i suoni bruciano
col fuoco del camino: e scalda ogni cosa, e noi.

Gli odori sono forti, comunque,
e vanno su per gli scalini,
quei tanti scalini sparsi a ricordo
di quanto salire si deve.

La finestra chiama il cielo,
invita la nebbia, pastosa,
che venga anche lei a bagnarci;
noi la tocchiamo con amore
rattile, il bosco esile contenitore
da cui scappare, ingrata
e ci segue
ma non c’è posto, qui.

Giù nel portone si aspetta che spiova
e quando l’ultima goccia
declina il suo verbo sulla moto
parcheggiata con una certa ignavia,
si risale
e non è facile danzare salendo
ma si può, e se non è facile
basterà salire più lenti.

Ora che è notte e la luna è quella
del ciocco che prima brucia e poi cade
si possono dire le cose
nella nebbia ovattate, nella pioggia
ubriache: qui ritrose vanno ad accendere
il fuoco di nuovo, e sono qui
sul basso continuo del vento
che si posano educate:
è bastato salire più lenti.

Il paese dorme
quasi come noi, pur svegli.

Non siamo nella Francia del sud
che prende l’acqua dal mare e i desideri
del viaggio, le navi e l’odore
del pesce fresco e la sabbia
fredda con le sue erbe selvatiche.

Non è neppure più il momento
di viaggiare, l’incerto scopo dell’andare
scomparso col vento;
sediamoci, quindi
a prendere il caldo
e dopo dormiamo anche noi
anche noi più tranquilli,
con il paese e il piccolo male del cielo
dormiamo.