recensioni


Il titolo riprende il più famoso “Sesso, bugie e videotape“, film che nel 1989 prese la Palma d’Oro a Cannes; non posso dimenticare che dopo esserlo andato a vedere, ed essendomi annoiato a morte, decisi che Cannes era decisamente inaffidabile, e da quel giorno non ho più dato grande fiducia ai francesi. 

Il film in oggetto - “Amore bugie e calcetto“, invece, è assolutamente divertente e piacevole.

Prendendo spunto da una squadra, alquanto scalcinata ma non del tutto, di calcetto, entra nei turbamenti degli amori dei principali calciator-protagonisti. E’ un film italiano decisamente buonista e con lieto fine, per cui il 50enne (Bisio) che si mette con la 20enne compagna di scuola del figlio alla fine la lascia per tornare ai mulieri rifugi, ma è tutto trattato in modo esilerante e, soprattutto, drammaticamente realista.

I problemi di una coppia alla nascita del secondo figlio sono di lezione a tutti. Le statistiche ci dicono che una quantità impressionante di coppie divorzia proprio in questo momento, per cui… chi ci pensa veda prima il film!

La crisi dei 40 anni deve essere ormai diventata dei 50, e Bisio è semplicemente divino, con una moglie killer assolutamente strepitosa che è la Finocchiaro. E’ anche strepitosa la ragazza per cui la lascia, ma si sa, sarebbe stato troppo cattivo lasciarlo con lei, per cui per nostra soddisfazione la vediamo distrutta dall’essere lasciata…

E poi un ragazzo che da ragioner “Precisetti” diventa fantasista all’attesa del figlio, i problemi di una piccola società che viene attaccata dagli squali di grandi dimensioni….

…ma chi l’ha detto che per dire cose vere ed importanti bisogna per forza essere seri???

L’altra sera ho visto un vecchio film di Michelangelo Antonioni, “L’Avventura”, del 1960.

E’ un magnifico film in bianco e nero, dalla fotografia (di Aldo Scavarda) semplicemente fantastica: ogni inquadratura aveva il valore di una foto in quanto tale.

La storia è piuttosto semplice: un gruppo di persone su una barca, giovani e ricche  si ferma su un’isola vulcanica, ma al momento di partire, una delle ragazze non si trova più. Il resto del film è sulla ricerca di Anna, questo il suo nome, un po’ per tutta la Sicilia. Alla ricerca vanno il suo amante/fidanzato e la migliore amica di lei, Monica Vitti giovanissima e splendida. Anna era incerta sui suoi sentimenti per il suo amante Sandro, e questo rimane per un po’ sospeso sulle immagini, sulle ragioni della scomparsa.


Il film è tipico di Antonioni, molto lento, molto visuale. In qualche modo, celebra la dimenticanza, quella che viene prodotta dal fluire della vita. Così le persone progressivamente le dimentichiamo, come succede ad Anna, che è  inizialmente lo scopo della ricerca, poi la donna di cui si teme il ritorno, per poi finire del tutto dimenticata.

In un certo senso, il film è anche l’allontamento dalle persone per perdersi nei luoghi. L’isola di Lisca Bianca è quasi un personaggio a sé, come poi la barocca Noto. Le rocce vulcaniche, rimarcate dal bianco e nero della fotografia, rendono ancora più aliene le persone, in particolare aliene a loro stesse.  E già la ricerca ne viene influita: si guarda blandamente dappertutto, ma senza convizione, come se si stesse su un non-luogo che rende inutili gli sforzi di volontà.

All’inizio, poi, vediamo un gruppo, poi sempre più persone isolate…

Alcune cose piacevoli del film: di fronte ad una osservazione di Giulia come “Una volta le isole Eolie erano vulcaniche”, un altro personaggio risponde con “Sei così didascalica…”. Sfido chiunque a ricordare l’ultima volta che ha usato o sentito questo termine nel linguaggio parlato! :-)

C’è anche un certo sentore di inquietitudine, intorno al personaggio dell’amante di Anna, che a volte mostra un carattere strano, ribelle, deviante, come quando getta per gioco una boccetta di inchiostro su un disegno, e sfida poi il giovane autore. O quando, alla fine, si perde nelle braccia della femme fatale, in modo del tutto inutile. Però è un sentimento inutile, poco usato nel film, che rimane come una sorta di rumore di fondo.

Ed anche l’amore di Claudia/Monica Vitti per Sandro/Gabriele Ferzetti è strano, inconsistente, senza una ragione. Anche questo rumore di fondo.

Alla fine, quello che rimane, sono le rocce dell’isola, e i monumenti un po’ sbrecciati di Noto. Un film così classico, che alla fine lascia un gusto da fantascientifico post-bomba. E l’immagine finale, statica, immobile, è dominata non dalle persone, ma dall’Etna pieno di neve - bello e pericoloso.

Assolutamente da vedere.

Stanotte, complice il caldo, ho finalmente terminato l’ennessimo giallo… Einaudi, collana Stile libero, Anne Holt, “Quello che ti meriti” .

copertina

Diciamolo subito: uno dei gialli più brutti letti negli ultimi anni, e la delusione è ancora più cocente perché l’Einaudi sta pubblicando cose veramente eccellenti, come i gialli della Fred Vargas (eccezionali!), le cose un po’ hard boiled di Marc Behm o quelle surreali di Michel Faber (in realtà, anche la Vargas è surreale… sarà un nuovo genere, il “surreal noir”?).

Questo giallo invece è drammatico. Come ormai quasi tutti i libri pubblicati, la tecnica di scrittura non è affatto male. Complici i corsi di scrittura creativa, non c’è autore che non abbia la capacità di costruire un capitolo, intervallare le solite due storie discontinue che si riuniranno solo alla fine, mettere qua e là degli spazi di approfondimento intimo di un personaggio… l’aspetto di superficie è valido, senza dubbio. Che poi sia assolutamente la stessa tecnica di altri diecimila autori, non importa, ma tant’è…

Il problema è il contenuto, che qui non c’è proprio. Giocando sull’effetto “colpo allo stomaco” della trama, dove le vittime sono bambini, il resto è un drammatico vuoto.

I due personaggi principali, un poliziotto ed una ricercatrice, sembrano due dementi incapaci di qualsiasi azione: non riescono né a capire nulla di quello che succede, né ad agire comunque in modo da avvicinarsi alla soluzione del caso. In tutto il libro c’è un languore di possibile rapporto tra i due, che però non si riesce a concretizzare; per di più, il poliziotto viene presentato come un vecchio, per poi scoprire che ha 45 anni! Ohibò, se a 45 anni sono vecchio, potevate avvisarmi! :-)

La ricercatrice, poi, non sfodera mai nessuna tecnica, nessuna idea… in realtà, in tutto il libro il suo contributo è prossimo allo zero, su entrambi i casi su cui sta lavorando. Se il livello della ricerca norvegese è questo, l’Italia può tirare un sospiro di sollievo! E poi, personaggi abbozzati e poi dimenticati (come la bambina rapita all’inizio), l’anziana ministeriale che vuole rispolverare il caso (ma non ci può parlare per più di 15 minuti, altrimenti muore - o forse l’autrice non sapeva cosa altro fargli dire). E la ricercatrice, che dovrebbe anche insegnare all’università, ma non ha mai un corso, un laureato… ma cosa insegna? :-)

La conclusione, che è opportuno non svelare, è una delusione completa. Credo che il calcolo delle probabilità che avvenga quanto descritto sia ridotto all’infinitesimo, ed è quasi necessaria per riuscire a ricondurre le fila dei (due) racconti - una sorta di conclusione deus ex machina senza la quale ci sarebbe voluto un secondo volume per tentare di scovare una conclusione, solo con personaggi più astuti di questi, che non saprebbero trovare chi ha rubato la marmellata.

Un paio di punti del libro che ho trovato interessanti per capire meglio la cultura norvegese: ad un certo punto la nostra coppia del millennio (investigatore+ricercatrice) si chiede se un giudice potesse essere corrotto, e la risposta è che no, in Norvegia non è possibile che qualcuno si faccia corrompere…. sarà, sarà senz’altro vero che la corruzione non raggiunge vette come le nostre, ma che nessuno mai e poi mai… sembra uno spot pubblicitario. E il garantismo incredibile, ai limiti (superati) dell’idiozia e del dolce far nulla… e tutti che si dànno del tu, anche in situazioni formali come un interrogatorio di polizia o un contatto con un’anziana di 90 anni… chissà se è la traduzione, ma in genere Einaudi sceglie ottimi traduttori.

Spaccati di un mondo alieno, che non mi attrae molto, anzi, visto così mi sembra una specie di Disneyworld laccata al naturale.

La conclusione è facile: sebbene ci sia un’ondata di gialli dal nord, evitate accuratamente quelli di Anne Holt perché, qualunque cosa abbiate fatto “Quello che ti meriti” non ve lo meritate!