Wed 20 Aug 2008
“L’avventura” di Antonioni
Posted by stefano under recensioni
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L’altra sera ho visto un vecchio film di Michelangelo Antonioni, “L’Avventura”, del 1960.
E’ un magnifico film in bianco e nero, dalla fotografia (di Aldo Scavarda) semplicemente fantastica: ogni inquadratura aveva il valore di una foto in quanto tale.
La storia è piuttosto semplice: un gruppo di persone su una barca, giovani e ricche si ferma su un’isola vulcanica, ma al momento di partire, una delle ragazze non si trova più. Il resto del film è sulla ricerca di Anna, questo il suo nome, un po’ per tutta la Sicilia. Alla ricerca vanno il suo amante/fidanzato e la migliore amica di lei, Monica Vitti giovanissima e splendida. Anna era incerta sui suoi sentimenti per il suo amante Sandro, e questo rimane per un po’ sospeso sulle immagini, sulle ragioni della scomparsa.
Il film è tipico di Antonioni, molto lento, molto visuale. In qualche modo, celebra la dimenticanza, quella che viene prodotta dal fluire della vita. Così le persone progressivamente le dimentichiamo, come succede ad Anna, che è inizialmente lo scopo della ricerca, poi la donna di cui si teme il ritorno, per poi finire del tutto dimenticata.
In un certo senso, il film è anche l’allontamento dalle persone per perdersi nei luoghi. L’isola di Lisca Bianca è quasi un personaggio a sé, come poi la barocca Noto. Le rocce vulcaniche, rimarcate dal bianco e nero della fotografia, rendono ancora più aliene le persone, in particolare aliene a loro stesse. E già la ricerca ne viene influita: si guarda blandamente dappertutto, ma senza convizione, come se si stesse su un non-luogo che rende inutili gli sforzi di volontà.
All’inizio, poi, vediamo un gruppo, poi sempre più persone isolate…
Alcune cose piacevoli del film: di fronte ad una osservazione di Giulia come “Una volta le isole Eolie erano vulcaniche”, un altro personaggio risponde con “Sei così didascalica…”. Sfido chiunque a ricordare l’ultima volta che ha usato o sentito questo termine nel linguaggio parlato!
C’è anche un certo sentore di inquietitudine, intorno al personaggio dell’amante di Anna, che a volte mostra un carattere strano, ribelle, deviante, come quando getta per gioco una boccetta di inchiostro su un disegno, e sfida poi il giovane autore. O quando, alla fine, si perde nelle braccia della femme fatale, in modo del tutto inutile. Però è un sentimento inutile, poco usato nel film, che rimane come una sorta di rumore di fondo.
Ed anche l’amore di Claudia/Monica Vitti per Sandro/Gabriele Ferzetti è strano, inconsistente, senza una ragione. Anche questo rumore di fondo.
Alla fine, quello che rimane, sono le rocce dell’isola, e i monumenti un po’ sbrecciati di Noto. Un film così classico, che alla fine lascia un gusto da fantascientifico post-bomba. E l’immagine finale, statica, immobile, è dominata non dalle persone, ma dall’Etna pieno di neve - bello e pericoloso.
Assolutamente da vedere.


Corrimano d’acciaio, immagine riflessa



