Archive for August, 2008

Fiore (si sta)

fiore

Mancato il fiore
cade
fiore rosso (rosso nero) (piccoli
insetti verdi) nero rosso fiore
sta
lo manca ma
il desiderio con
(toccatine atone) (toccatine del desio)
acqua che stagna
lento affonda (non
convinto si sta) (affonda?)
non lo manca più
acqua (ancora) (in basso)
viene verde
la stasi (corrompe) (si sta)
(è marrone) ride se
a cerchio (e linee) (lineette
bianche dal cielo) (e punti
dispettosetti) lo prende
non si manca (ciò che si sta)
è nero (quasi rosso)
(è) si sta

A spasso

cavallo mobile

Lascio la macchina ancora calda
pezzetto di ferro, unguento sul suo cuore,
sul marciapiedi manca la negra,
la vedrò stasera, solenne
a vendere il suo corpo
di regina dei boschi, donna del villaggio

e m’addentro nel bosco, alberi rimasti
icone di foreste, curati come pianta
nel vaso, sulla stradina
di cemento e fango ai piedi
di erba, tagliata da operai
e vedo cinghiali che razzolano
informatici che spaziano

nel ciberspazio odori non ne sento
ma sapori sì,
di vita
di immagini
di lento putridume che trasuda
e vado,
come antico marinaio verso il Sun
che pure è blue e pieno di immagini
ma non come il Sole, che oggi non si mostra
come le nuvole e la pioggia,
ma senza i rumori loro
armonici
e vado

a parlare, a sentire, a fumare
in attesa di uscire
dalle volute del fumo, del cyberspace dichiarato
di Dooms giocati e vissuti
sofferti con pietÃ
e poi libero

dalla macchina, dalle macchine
nella piazza, con fontane vuote d’armonia
ma piene, ed è già strano, d’acqua
nipponiche signore a spasso più che a Tôkio
colori strabordanti dai negozi
e libri, in tante lingue, tutti uguali
ormai
dialetti, spazî, donne
rotti nello space comune

comune è il movimento, deambulante
metro’ budello, la piazza che sopra
si sta
òmphalos
e finzione
ma di cosa
il reale è soffuso
ma qui le luci
esplose
e gravitano
sul mio biglietto rutilante
aria di vomito

e il vento arriva prima della macchina
si apre
si sale
koreane, romane, barboni
studenti noiosi
di tutto
ma non la libertÃ
nella macchina è scomparsa
nel budello
rapido

rapido mi rigetta
nel bosco dei bonsai
le colonne d’Ercole passano
lente
dal rosso al verde
anch’io passo

la negra è lì
al suo posto
altra icona
nel nostro ciberspazio
forse anche nel suo
a prender pioggia e parlare con due baffi
e le sue amiche danzano
e parlano lingue sconosciute
tribali
il bosco impazzisce
i cinghiali rimarrebbero perplessi
ma non i pachidermi, i rinoceronti

mentre salgo
ancora,
ancora sulla macchina

i baffi si girano
mentre io guardo la luce
dei mie fari.

gennaio 1996

Aghi di pino

incendio

Sentiero di aghi di pino:
nel ghiaccio e nel mio ricordo
è senza fine.

Foglia

foglia

Una foglia mostra il suo verde
al cielo.
Il vento scivola tiepido.

A chi

donna

Non si scorge il punto di sutura
se viene via da sé o se non la voglia
la luce si stacca a placche
piccole
colorate dal sonno
si sgretola a puntini (sottili)
dal tuo seno (ed anche)
la tua schiena: chi
guarda (io) non vede che
il contatto, il tremolio che attacca
la corda all’arco e il suono
che viene si tinge
col colore tuo, dei capelli (tuoi)
dell’arco (quello (ora) tuo)
e chi
ti vede e ti respira
l’odore scende a gocce
distillate
col torrente (inquieto) del respiro
(tuo) si fondono e vengono
a chi
anche la luce (sottile)(a puntini
ti tocca, con rispetto
balza via
: a chi)
se la luna se i fari o la tiepida
acqua luminosa (anch’essa, ma silente,
non come)
a chi viene
tutto
a chi (io).

15 febbraio 1990

Ikebana

ikebana

Dispone il primo
che è un fiore
senza sforzo.
Secche, e son nere, le forbici
staccano
quei rami inutili
i pensieri oziosi, le attese minime
inutili al primo, il fiore
aperto del tutto: il passato.

Il ramo svetta
è il secondo
è lungo ed è il cielo
gli odori lontani, stillati
spaziati a misura
nessuna pausa nessun legame
i petali
e appena aperti
come gli occhi: è il presente.
Dura scelta tra i molti
e son piccoli, dal giardino
sul foglio sporco, terra
insetti inquieti e mobili
felci a far velo
quale
quale piccolo
un bocciolo, racchiuso, tra foglie
verdi, verdi, nere
foglie anche morte ma il bocciolo
non lo vede, non si cura
è là.
sul bordo del vaso
la foglia protegge, lunga congiunge
lo tiene
all’alto, al ramo
e poi acqua: ed è il futuro.
E il Sole è là.
e non si cura
ma è là.

(d’inverno (in un paese (piccolo)))

avignone
Il freddo intenso d’Avignone
battuta dall’acqua, che vince sempre,
non entra in questa stanza
dove anche i suoni bruciano
col fuoco del camino: e scalda ogni cosa, e noi.

Gli odori sono forti, comunque,
e vanno su per gli scalini,
quei tanti scalini sparsi a ricordo
di quanto salire si deve.

La finestra chiama il cielo,
invita la nebbia, pastosa,
che venga anche lei a bagnarci;
noi la tocchiamo con amore
rattile, il bosco esile contenitore
da cui scappare, ingrata
e ci segue
ma non c’è posto, qui.

Giù nel portone si aspetta che spiova
e quando l’ultima goccia
declina il suo verbo sulla moto
parcheggiata con una certa ignavia,
si risale
e non è facile danzare salendo
ma si può, e se non è facile
basterà salire più lenti.

Ora che è notte e la luna è quella
del ciocco che prima brucia e poi cade
si possono dire le cose
nella nebbia ovattate, nella pioggia
ubriache: qui ritrose vanno ad accendere
il fuoco di nuovo, e sono qui
sul basso continuo del vento
che si posano educate:
è bastato salire più lenti.

Il paese dorme
quasi come noi, pur svegli.

Non siamo nella Francia del sud
che prende l’acqua dal mare e i desideri
del viaggio, le navi e l’odore
del pesce fresco e la sabbia
fredda con le sue erbe selvatiche.

Non è neppure più il momento
di viaggiare, l’incerto scopo dell’andare
scomparso col vento;
sediamoci, quindi
a prendere il caldo
e dopo dormiamo anche noi
anche noi più tranquilli,
con il paese e il piccolo male del cielo
dormiamo.

Quattro haiku d’autunno

amanti

1.

Impenetrabile sorriso
impenetrabile shazen.
Prima pioggia d’autunno.

2.

Vento ed alberi
sulle tue spalle.
Prima pioggia d’autunno.

3.

Prima pioggia d’autunno.
A salutarti, vento
a placarmi, nebbia.

4.

Porta che si chiude,
vento tra i rami.
Prima pioggia d’autunno.

1994

una donna di Galliani

Santo

È del santo che siede l’estasi
dell’albero scelto dal gatto
le unghie si ficcano, si fanno sottili
precise, sembra dire l’espressione gaudente
è anche sua l’estasi

ma ciò che conta
ora che fumo senza timore
e la brace è quella di una foresta
che brucia senza negarsi il respiro veloce
il rapido piegarsi al fato
anche per me c’è l’estasi
dei rapidi, dei sottili conficcarsi
delle imago, di te, del tuo sembiante
quanto mai vicino, quanto mai
trascinato dal fuoco e dalle fusa
quanto mai mio.

22 maggio 1990

fiori di pesco

Nella strada

Nella strada del paese
una pianta verde,
verde e rosa nei fiori
e pioggia
leggera, a velo, a misura
del tuo gesto:
una carezza sul mio volto,
un bacio sulle tue labbra.