A spasso
Lascio la macchina ancora calda
pezzetto di ferro, unguento sul suo cuore,
sul marciapiedi manca la negra,
la vedrò stasera, solenne
a vendere il suo corpo
di regina dei boschi, donna del villaggio
e m’addentro nel bosco, alberi rimasti
icone di foreste, curati come pianta
nel vaso, sulla stradina
di cemento e fango ai piedi
di erba, tagliata da operai
e vedo cinghiali che razzolano
informatici che spaziano
nel ciberspazio odori non ne sento
ma sapori sì,
di vita
di immagini
di lento putridume che trasuda
e vado,
come antico marinaio verso il Sun
che pure è blue e pieno di immagini
ma non come il Sole, che oggi non si mostra
come le nuvole e la pioggia,
ma senza i rumori loro
armonici
e vado
a parlare, a sentire, a fumare
in attesa di uscire
dalle volute del fumo, del cyberspace dichiarato
di Dooms giocati e vissuti
sofferti con pietÃ
e poi libero
dalla macchina, dalle macchine
nella piazza, con fontane vuote d’armonia
ma piene, ed è già strano, d’acqua
nipponiche signore a spasso più che a Tôkio
colori strabordanti dai negozi
e libri, in tante lingue, tutti uguali
ormai
dialetti, spazî, donne
rotti nello space comune
comune è il movimento, deambulante
metro’ budello, la piazza che sopra
si sta
òmphalos
e finzione
ma di cosa
il reale è soffuso
ma qui le luci
esplose
e gravitano
sul mio biglietto rutilante
aria di vomito
e il vento arriva prima della macchina
si apre
si sale
koreane, romane, barboni
studenti noiosi
di tutto
ma non la libertÃ
nella macchina è scomparsa
nel budello
rapido
rapido mi rigetta
nel bosco dei bonsai
le colonne d’Ercole passano
lente
dal rosso al verde
anch’io passo
la negra è lì
al suo posto
altra icona
nel nostro ciberspazio
forse anche nel suo
a prender pioggia e parlare con due baffi
e le sue amiche danzano
e parlano lingue sconosciute
tribali
il bosco impazzisce
i cinghiali rimarrebbero perplessi
ma non i pachidermi, i rinoceronti
mentre salgo
ancora,
ancora sulla macchina
i baffi si girano
mentre io guardo la luce
dei mie fari.
gennaio 1996