Stanotte, complice il caldo, ho finalmente terminato l’ennessimo giallo… Einaudi, collana Stile libero, Anne Holt, “Quello che ti meriti” .
Diciamolo subito: uno dei gialli più brutti letti negli ultimi anni, e la delusione è ancora più cocente perché l’Einaudi sta pubblicando cose veramente eccellenti, come i gialli della Fred Vargas (eccezionali!), le cose un po’ hard boiled di Marc Behm o quelle surreali di Michel Faber (in realtà, anche la Vargas è surreale… sarà un nuovo genere, il “surreal noir”?).
Questo giallo invece è drammatico. Come ormai quasi tutti i libri pubblicati, la tecnica di scrittura non è affatto male. Complici i corsi di scrittura creativa, non c’è autore che non abbia la capacità di costruire un capitolo, intervallare le solite due storie discontinue che si riuniranno solo alla fine, mettere qua e là degli spazi di approfondimento intimo di un personaggio… l’aspetto di superficie è valido, senza dubbio. Che poi sia assolutamente la stessa tecnica di altri diecimila autori, non importa, ma tant’è…
Il problema è il contenuto, che qui non c’è proprio. Giocando sull’effetto “colpo allo stomaco” della trama, dove le vittime sono bambini, il resto è un drammatico vuoto.
I due personaggi principali, un poliziotto ed una ricercatrice, sembrano due dementi incapaci di qualsiasi azione: non riescono né a capire nulla di quello che succede, né ad agire comunque in modo da avvicinarsi alla soluzione del caso. In tutto il libro c’è un languore di possibile rapporto tra i due, che però non si riesce a concretizzare; per di più, il poliziotto viene presentato come un vecchio, per poi scoprire che ha 45 anni! Ohibò, se a 45 anni sono vecchio, potevate avvisarmi!
La ricercatrice, poi, non sfodera mai nessuna tecnica, nessuna idea… in realtà, in tutto il libro il suo contributo è prossimo allo zero, su entrambi i casi su cui sta lavorando. Se il livello della ricerca norvegese è questo, l’Italia può tirare un sospiro di sollievo! E poi, personaggi abbozzati e poi dimenticati (come la bambina rapita all’inizio), l’anziana ministeriale che vuole rispolverare il caso (ma non ci può parlare per più di 15 minuti, altrimenti muore - o forse l’autrice non sapeva cosa altro fargli dire). E la ricercatrice, che dovrebbe anche insegnare all’università, ma non ha mai un corso, un laureato… ma cosa insegna?
La conclusione, che è opportuno non svelare, è una delusione completa. Credo che il calcolo delle probabilità che avvenga quanto descritto sia ridotto all’infinitesimo, ed è quasi necessaria per riuscire a ricondurre le fila dei (due) racconti - una sorta di conclusione deus ex machina senza la quale ci sarebbe voluto un secondo volume per tentare di scovare una conclusione, solo con personaggi più astuti di questi, che non saprebbero trovare chi ha rubato la marmellata.
Un paio di punti del libro che ho trovato interessanti per capire meglio la cultura norvegese: ad un certo punto la nostra coppia del millennio (investigatore+ricercatrice) si chiede se un giudice potesse essere corrotto, e la risposta è che no, in Norvegia non è possibile che qualcuno si faccia corrompere…. sarà, sarà senz’altro vero che la corruzione non raggiunge vette come le nostre, ma che nessuno mai e poi mai… sembra uno spot pubblicitario. E il garantismo incredibile, ai limiti (superati) dell’idiozia e del dolce far nulla… e tutti che si dànno del tu, anche in situazioni formali come un interrogatorio di polizia o un contatto con un’anziana di 90 anni… chissà se è la traduzione, ma in genere Einaudi sceglie ottimi traduttori.
Spaccati di un mondo alieno, che non mi attrae molto, anzi, visto così mi sembra una specie di Disneyworld laccata al naturale.
La conclusione è facile: sebbene ci sia un’ondata di gialli dal nord, evitate accuratamente quelli di Anne Holt perché, qualunque cosa abbiate fatto “Quello che ti meriti” non ve lo meritate!